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Blue Flower

 

di Alvaro Jovannitti

 

 

Quando si parla di personaggi la mente corre subito a grandi personalità o ad eccentrici individui assurti a notorietà più per le loro stravaganze che per i meriti acquisiti.

La persona di cui voglio parlare in questa occasione non appartiene a nessuna delle due categorie citate e, tuttavia, non si può negare che abbia avuto un ruolo importante nella vita della nostra Comunità Municipale.

Mi riferisco a Francesco Colaianni, nato a Paganica il 7 settembre 1908. I suoi genitori, Daniele Colaianni e Nunziata Rotellini dimoravano nella Frazione di Onna, al n. 6 di Via degli Oppietti.

L’infanzia la trascorse in Paese alla stregua dei suoi coetanei, impegnato nella frequentazione delle scuole elementari, la cura del bestiame, la coltivazione dei campi. Quelli di Onna erano e sono terreni fertili, situati al centro di un’ubertosa pianura, in mezzo a due fiumi, il Vera e l’Aterno, che rappresentano una grande risorsa per l’irrigazione dei campi e dai quali, secondo gli estensori di uno studio della Associazione Pro Loco, deriverebbe il nome di Onna.

Una paese agricolo, quindi, assolutamente pacifico, la cui popolazione mai avrebbe potuto immaginare la tragedia che l’avrebbe colpita nel 1944, sul finire della occupazione nazista. Una tragedia intensamente vissuta dal nostro Colaianni, per il cui ricordo spenderà, poi, molte delle sue energie e delle sue capacità.

Quella di Francesco era una famiglia di contadini benestanti nella quale, assieme ad una certa agiatezza, abbondava anche il duro lavoro nei campi e nell’allevamento del bestiame. Una condizione economica che non era sfuggita al locale segretario del fascio che scorazzava con la sua motocicletta in lungo ed in largo. I rapporti tra questo “giovin signore”, di Parini memoria, ed il nostro protagonista non erano propriamente amichevoli. Francesco mal sopportava le arroganze del capo manipolo e, un giorno che voleva imporgli di fare dei lavori gratuitamente, non solo si rifiutò ma gli rispose per le rime, rinfacciandogli il suo vagabondaggio.

I rapporti tra i due subirono un ulteriore peggioramento quando, il segretario del fascio, venne a conoscenza del prestito di 1.000 lire che lo stesso Francesco aveva fatto alla di lui madre, bisognosa di comprare il corredo per la figlia che andava a farsi suora.

Un prestito che il capo dei fascisti visse come una grossa umiliazione e che nei mesi successivi con vari pretesti lo portò a minacciare il Colaianni di inviarlo al confino di polizia, per la sua nota insofferenza verso il regime e per il suo sovversivismo.

Francesco, dopo aver prestato servizio militare presso il 47° Reggimento Artiglieria da Campagna e aver avuto buona condotta ed aver servito la Patria con fedeltà ed onore,

come attesta il suo foglio matricolare, era stato posto in congedo illimitato il 30 dicembre 1942, per sostenimento di famiglia.

L’otto settembre 1943 e l’armistizio firmato a Cassibile dal Gen. Castellano e ratificato, poi, da Badoglio, trovarono Francesco in Paese, convinto come i più che, finalmente, sarebbe arrivata la pace a porre fine a quel terribile massacro rappresentato della guerra.

Invece, le sofferenze maggiori per Onna e per la nostra intera Provincia dovevano ancora venire.

Nove mesi di occupazione, di prepotenze, di angherie e di stragi come quelle di Capistrello, Castel di Ieri, Pietranzieri e Filetto compiute dalla barbarie nazifascista. La stessa Onna il 2 giugno 1944 aveva visto il sacrificio di una ragazza, la sedicenne Maria Cristina Papola, trucidata brutalmente in una piazzetta del Paese, rea di aver voluto difendere il proprio cavallo dalla razzia nazista e di non aver rivelato il nome del giovane Nino Ludovici che, in un rusticano corpo a corpo, aveva disarmato e ferito uno dei due tedeschi che gli avevano requisito il cavallo, rimanendo egli stesso ferito al braccio sinistro.

Ma evidentemente il sangue versato dalla povera Cristina era solo un anticipo dell’Olocausto che i cittadini di Onna dovevano ancora pagare.

Una “Memoria” scritta e diffusa della Pro Loco di Onna ricorda che: “l’ 11 giugno è una domenica. Piove a tratti, il sole spunta ogni tanto per ricordare che sta per arrivare l’estate. La gente dopo la grande paura dei giorni precedenti è tornata alla proprie case. (…) I fatti del 2 giugno con l’uccisione di Maria Cristina Papola sembrano lontani, anche se sono passati solo 9 giorni.”. Ma i nazifascisti prima della loro fuga volevano reprimere duramente ogni atto di resistenza e di sabotaggio nei loro confronti.

“Ecco dunque – continua la Memoria della Pro Loco – che entrano in gioco le spie fasciste. Alcune di loro si affiancano ai tedeschi, dopo aver loro rivelato l’episodio del 2 giugno con l’azione di sabotaggio di Nino Ludovici.”. (…)

Verso le ore 16 arrivano tedeschi e fascisti e – si dice - dopo essersi incontrati in casa dell’irascibile segretario del fascio, prima uccidono la mamma e la sorella del Ludovici, Bartolina e Rosmunda, e poi danno inizio al rastrellamento.(…)”16 persone vengono spinte a forza dentro una casa ed uccise a colpi di mitra. Quindi la casa fu minata e fatta saltare in aria.”.

Nella strage Francesco perse il cognato Zaccaria Colaianni, il nipote Igino Pezzopane, due cugini Osvaldo e Alfredo Paolucci. Attraverso quest’ultimo, già in contatto con la Banda “Di Vincenzo”, Francesco mandava viveri ed equipaggiamenti ai partigiani.

Si spiega così, quindi, il furore che lo investì dopo la rappresaglia. Il reperimento delle casse mortuarie che non c’erano né a Paganica, né all’Aquila, e trovate, infine, a Fossa. Il recupero delle salme da sotto le macerie, il pietoso riconoscimento ad opera dei familiari sfuggiti alla rappresaglia. La certificazione delle stesse ad opera del dott. Attilio Cerone. Il trasporto con i carri agricoli e il deposito delle stesse bare presso l’obitorio del Cimitero di Paganica. Un lavoro faticoso e delicato che Francesco si caricò sulle spalle accompagnato da Vincenzo il carraio e da pochi altri. Infine l’atto di forza compiuto, pistola in mano, nei confronti degli impiegati della Delegazione che, in assenza di un ordine dell’Autorità Costituita, non avevano provveduto alla tumulazione dei morti. Cosa di cui si incaricò di fare lo stesso Francesco aiutato da una trentina di volontari di Paganica.

Già rappresentante dell’Associazione Bieticoltori e coofondatore, con De Rubeis, dell’Associazione Provinciale Allevatori, dopo la guerra, alle elezioni del giugno 1951, Colaianni fu eletto consigliere comunale nella lista del Sole Nascente. Tra le sue molte iniziative amministrative portate al successo in quella legislatura figurano: l’estensione della rete telefonica ad Onna e a S. Gregorio, l’istituzione del Mercato Concorso di bestiame bovino al Campo Boario del Tratturo e, soprattutto, la rivendicazione di un Monumento ad Onna e di un Sacrario che accogliesse i resti dei Martiri, al Cimitero di Paganica. Lettere, interrogazioni e richieste in tal senso lo videro testardo e ostinato persecutore di tutti i sindaci che si successero alla guida del Comune dell’Aquila. Tuttavia, per vedere accolte le sue richieste, dovette aspettare il 15 settembre 1982 per il Monumento e addirittura il 7 agosto 1988 per il Sacrario.

A coronamento di quel tardivo ma doveroso riconoscimento nei confronti dei Martiri, Francesco ebbe la soddisfazione di essere insignito dell’Ordine di Cavaliere per Meriti della Repubblica consegnatogli solennemente dal suo amico e sindaco protempore, dott. Tullio De Rubeis.

A 15 anni dalla morte, avvenuta il 20 settembre 1992, “Il Punto”vuole ricordare Colaianni come un cittadino probo ed onesto che dedicò una parte notevole della sua esistenza al servizio della sua Comunità impegnandosi, tra l’altro, come in una vera e propria missione, nel difficile e lungo lavoro di mediazione teso a superare le divisioni e le contrapposizioni createsi tra i suoi concittadini, e protrattesi per molti anni, a seguito della terribile strage patita.

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