Blue Flower

 

Di Giustino Parisse

La storia di un luogo spesso è contenuta nel suo nome. Mai affermazione fu più vera per Onna, paese a 581 metri sul livello del mare posto sul fondo della conca aquilana a dieci chilometri dall’Aquila. Il nome Onna è una deformazione dell’antico nome latino Unda che significa appunto luogo delle onde come testimonia il suo stemma : onde in campo d’argento. Onna dunque ha avuto a che fare sin dalle sue origini con la presenza delle acque. Trovandosi nel punto più basso della valle aquilana il paese è stato, diremo per forza di gravità, il punto di arrivo naturale del fiume Aterno , del fiume Vera e dei tanti rigagnoli che ne partivano. L’acqua è stata ricchezza ma anche agente di tanti guai per la popolazione. Non abbiamo descrizioni letterarie della zona di Onna fino al 1800. Ma possiamo immaginare un luogo perennemente allagato, umido, nebbioso. Il fiume Aterno solo alla metà dell’Ottocento ha cominciato ad essere “controllato” .

Prima le sue acque inondavano in continuazione i terreni fino a giungere a ridosso delle abitazioni. E anche il fiume Vera nei momenti di “piena” gonfiava i ruscelli che attraversavano il paese causando danni alle povere abitazioni. Non solo il centro abitato ma anche i nomi di molte zone intorno alla frazione sono la spia di come l’acqua abbia condizionato nei secoli la vita degli onnesi: il Ponte, Marinaro, ponte di Pietra, Massale (grosse buche nel terreno nelle quali veniva “curata” la canapa prima della filatura), Tra le acque, via di Mezzo, via della Vera, via del Fiume, le Bricce (a identificare il terreno ghiaioso) i Menteruni (mucchi di pietre rimosse dai terreni dopo le alluvioni). Geologicamente la zona di Onna viene individuata come frutto di depositi lacustri (nella notte dei tempi tutta la conca aquilana era un enorme lago) argillosi , limosi e ciottolosi . La zona a nord est (quella per intenderci verso Bazzano) è costituita prevalentemente di materiale ghiaioso su cui confluiscono le acque che nascono alle falde del Gran Sasso . In particolare il Raiale che scende dalla Valle di Appari (Assergi-Camarda –Paganica) va poi a confluire nel fiume Vera che nasce a monte dell’abitato di Tempera. A Bazzano le acque del fiume Vera si dividono e una parte va verso Onna, San Gregorio e il resto prosegue per finire nel fiume Aterno. La zona a sud ovest in direzione dell’abitato di Fossa è il prodotto di un riempimento secolare e sotto lo strato utilizzato come superficie agraria si trovano una quantità di altri strati di breccia, sabbia, limo, argilla, creta , rena e gesso. Sotto questi strati scorrono le falde acquifere. La valle nel corso dei secoli ha subìto lunghi periodi di impaludamento. Sino all’inizio del 1800 il pianoro di Fossa _ le cui propaggini giungono fino ad Onna _era ancora considerato una zona ingombra dalle acque per le continue piene del fiume Aterno che era praticamente senza argini . Tali piene trasportavano sui terreni molta ghiaia e i contadini dovevano pazientemente raccogliere i sassi uno per uno per farne poi i cosiddetti Menteruni che chi ha più di 50 anni ancora ricorda in mezzo alla campagna onnese. Le coltivazioni erano soprattutto quelle a prato (gli erbaggi) , il grano veniva coltivato solo in aree “sicure” e poi c’erano le produzioni di canapa , lino e fagioli che ritroviamo citati in documenti parrocchiali del 1700.

La prima testimonianza scritta (e attendibile) di come si presentava il paese all’inizio del 1800 ce la fornisce Enrico Mariani che nel 1807 pubblica una serie di volumi per descrivere la diocesi dell’Aquila. Su Onna afferma: “da settentrione riceve le acque dell’Intempera , le quali ripartite in vari rigagnoli si diramano ad innaffiare i campi e non vi è strada che non abbia il suo ruscello, ombreggiata da lunghe file di pioppi e salici . Per uso comune vi è un pozzo di fronte alla chiesa che si riempie con le acque che corrono per il paese”. Mariani parla anche di alberi che danno frutti: pere, mele, prugne, albicocche, nocciole. Nel fiume sono presenti “barbi, squari, rovelle , gamberi”. L’aria però è “malsana” proprio per la continua presenza di acqua che forma spesso delle piccole paludi. Mariani ci dà anche la notizia della esistenza, già all’inizio dell’Ottocento, della fornace di proprietà della famiglia nobile aquilana Pica Alfieri che a Onna aveva realizzato una casa palazziata . Sia la casa che la fornace sono ancora visibili. E fornisce anche un’altra importante indicazione e cioè che “non da molti anni sul fiume Aterno è stato realizzato un nuovo ponte, ampio , forte, e di nuova invenzione nel punto in cui dall’abitato si va per la strada carrozzabile”. Vedremo che questo ponte non era poi così forte visto che sarà rifatto più volte nel corso dell’Ottocento. Intorno al fiume Aterno, per tentare di convogliare le acque in modo che non inondassero in continuazione i terreni furono costruiti degli enormi formoni alcuni dei quali si vedono ancora oggi. Passiamo ora all’esame più dettagliato di una serie di documenti conservati all’archivio di Stato dell’Aquila e dai quali emerge come l’acqua sia stata sempre al centro dell’attenzione della popolazione di Onna ma anche dei paesi vicini e in particolare Paganica e Bazzano. Il primo regolamento per l’uso delle acque irrigue nel comune di Paganica risale al 1836 e fu fatto perché gli abitanti di Assergi avevano impedito , in un anno di particolare siccità, che l’acqua del Raiale defluisse fino a Paganica. In pratica la usavano solo loro. Questo creò liti, scontri e risentimenti (che in verità non sono mai cessati). Fu con quel regolamento che furono istituiti i “turni” dell’acqua. In pratica si stabilì che ogni produzione (grano, prato, canapa, lino, orto etc) aveva diritto a essere irrigata in un particolare periodo dell’anno. Fu anche stabilito che le “forme” dovevano essere sempre pulite per consentire il regolare passaggio delle acque e impedire che il prezioso liquido si sprecasse. A Onna toccarono le acque del fiume Vera (in comproprietà con Bazzano) ma i due paesi stando alla fine del corso d’acqua finirono per essere quasi sempre penalizzati. Da qui una frase che ancora sentiamo dai vecchi contadini secondo i quali i paganichesi hanno sempre sostenuto che “ l’acqua è la nostra”. Questo per quanto riguarda le acque a nord-ovest.

Nel 1837 avviene un episodio che interessò il fiume Aterno. Il fiume di allora non bisogna immaginarselo come oggi. Gli argini erano molto approssimativi e le piene , più o meno imponenti , causavano allagamenti che arrivavano fin dentro l’abitato. Nei primi anni Trenta del 1800 il ponte sull’Aterno (forse ancora quello di cui parlava il Mariani nel 1807) si era ostruito e questo aveva addirittura provocato la deviazione del corso d’acqua tanto che si era creato il cosiddetto Fiume Nuovo. La cosa aveva provocato problemi fra alcuni proprietari . Infatti coloro che avevano avuto i loro terreni invasi dall’acqua a formare un nuovo alveo erano a dir poco arrabbiati. Chi invece confinava con il fiume vecchio ne aveva approfittato per allargare il terreno anche nell’alveo ormai asciutto. Ma non era solo questo . Il fiume nuovo essendo molto più stretto del precedente era causa di ancora maggiori inondazioni con la distruzione delle coltivazioni. Il decurionato di Paganica decise di far riaprire il fiume vecchio ma non fece richiudere quello nuovo che poteva servire, fu detto, a dare sfogo alle acque in caso di alluvioni e avrebbe permesso una migliore distribuzione delle acque irrigue. I lavori di riapertura durarono oltre un anno e alla fine il rappresentante di Onna nel decurionato di Paganica, Domenico Pezzopane, chiese che fosse rifatto anche il ponte danneggiato seriamente. Passarono diversi anni prima che il ponte potesse essere ricostruito. Ci furono prima problemi per stanziare i fondi , poi fu necessario fare delle perizie e infine si scoprì che per portare i materiali c’era anche da rifare la strada di accesso. Solo il 22 dicembre del 1844 divenne esecutiva la delibera con la quale si decise prima di rifare il ponte in legno , poi ci fu un ripensamento e si stabilì di farlo “a fabbrica, perché più consistente e durevole”.

Altri anni e una lunga diatriba furono necessari per la costruzione di un ponte _ più piccolo di quello sul fiume Aterno _ sul cosiddetto Formone, che esiste ancora oggi a ridosso della ex fornace Marzolo e della cabina di controllo dell’Enel Gas. Sul formone nel 1850 esisteva un ponticello in “fabbrica” (pietre e malta) molto stretto e soprattutto troppo basso il che , in caso di alluvioni ,finiva per fare da tappo all’acqua e causava molti danni ai terreni circostanti. Bisognava farlo quindi più largo e soprattutto rialzarlo dal piano stradale. Dal 1852 al 1856 ci furono tre perizie e mille discussioni fra chi voleva il ponte più alto o più basso. Inoltre per portare la strada al livello del ponte c’era bisogno di ulteriori lavori. Si andò insomma avanti per anni discutendo sul nulla e la diatriba fu talmente accesa che non si trovò nemmeno la ditta che avrebbe dovuto realizzare i lavori. Alla fine il ponte si fece in base a una perizia redatta dall’architetto Andrea Nardecchia , perizia alla quale è allegata una piantina dei luoghi che rende bene l’idea di come fosse all’epoca (23 luglio 1853) tutta la zona intorno al fiume Aterno. La piantina è conservata nell’archivio di Stato. Nel 1860 si aprì un altro problema , indirettamente legato all’acqua. Quello cioè della sistemazione della strada che dall’allora consolare (oggi la statale 17) portava all’abitato di Onna. Poche centinaia di metri ridotti però in uno stato pessimo, visto che erano attraversate da ruscelli maltenuti tanto che l’acqua di fatto invadeva spesso quasi tutta la sede stradale creando fango a volte impossibile da superare con i modesti mezzi di allora (soprattutto carri trainati da buoi). Furono stanziati dei soldi da parte del Comune di Paganica nell’ambito di una delibera con la quale furono sistemate anche delle strade a Bazzano e Tempera.

Di lavori di riparazione al ponte sul Fiume Aterno si ha traccia anche negli anni Novanta del 1800. Nel 1893 infatti furono pagate venti lire a Giuseppe Pica Alferi per la occupazione di 9 metri quadrati di terreno per la sistemazione del ponte. In verità Pica Alfieri ne aveva chieste ottanta di lire ma il Comune di Paganica ritenne non convincente la perizia fatta fare dal proprietario e suggerì una transazione di dieci lire. Alla fine, come detto, ci si accordò per venti.

E’ incredibile che all’inizio del 1900 Onna nonostante fosse un paese invaso dall’acqua non ne avesse per dissetare uomini e animali. L’acqua veniva attinta in quel periodo da una cisterna che stava in piazza a fianco alla chiesa. Riportiamo una lettera datata 14 marzo del 1900 a firma di Giovanni Ludovici in cui il problema viene ben evidenziato. La lettera è diretta al sindaco del Comune di Paganica.

Scrive Ludovici: “il sottoscritto fa conoscere a codesta onorevole amministrazione comunale , che l’acqua di cui è ripiena la cisterna pubblica (quella realizzata una quindicina di anni prima nda) di questa frazione è torbida a segno tale da non potersi dissetare neppure gli animali. L’acqua della Vera non giunge fino a noi e se viene a momenti, è pessima , perché rifiuto dei prati concimati del campo di Paganica e Bazzano . In nome della intera popolazione fa istanza affinché si provveda con la massima urgenza , perché come si vede da ognuno, questa frazione non ha acqua di sorta per dissetare e uomini e bestie. All’uopo rimetto un campione di detta acqua che si trova attualmente in detta cisterna”,

La battaglia per avere a Onna acqua potabile era iniziata già dal 1879 quando se ne era occupato Pietrantonio Ludovici che utilizzò le stesse argomentazioni della lettera sopra riportata. Nel 1884 gli onnesi tornarono a supplicare l’acqua potabile. E’ di quell’anno infatti (esattamente il 4 ottobre) una petizione che fu inviata al Comune di Paganica e che riportiamo perché sfata quella sorta di leggenda secondo cui una volta l’acqua si poteva bere direttamente dai ruscelli tanto era buona e pulita rispetto a oggi.

Gli onnesi scrivono: “I nostri reclami per avere un poco di acqua potabile furono riconosciuti giusti dalla scienza. Il professor Parrozzani in nome della scienza ha dichiarato nociva e insalubre l’acqua che noi beviamo , specialmente quella del malaugurato novello pozzo (fatto proprio in quell’anno nda) che per tante altre evidenti ragioni è inservibile. Le Signorie vostre fecero giustizia , deliberando lavoro e spese necessarie per darci la tanto sospirata acqua. Ma a noi non basta la parola scientifica che conferma fatti visibili anche ai ciechi, questa vittoria potrà solleticare l’amor proprio ma non ci dà quella goccia di acqua che sospiriamo. Come è illusoria la deliberazione municipale finché rimane lettera morta che aspetta le calende greche per farsi viva. La difterite sono mesi che fa strage di bambini. Si salvano solo quelli che hanno potuto farsi medicare dal medico di Fossa. L’acqua e il medico sono cose necessarie , essenziali, e noi in nome della legge e della giustizia oggi li reclamiano dalle signorie vostre sperando che nella loro integrità e notorio zelo per il bene pubblico , vorranno concederci e non obbligarci a ricorrere al ministero e consiglio supremo di sanità perché sia sollecitamente rimosso da Onna una causa tanto nociva alla salute”.

Una idea di cosa era il pozzo per l’acqua nei pressi della chiesa parrocchiale (il solo fino al 1884 quando fu costruita un’altra cisterna all’ingresso del paese) ce la dà una lettera di Pietrantonio Ludovici che risale all’8 novembre del 1879 di cui riportiamo uno stralcio: “il pozzo antichissimo , a contatto con la chiesa non corrisponde alle esigenze della popolazione perché di poca capienza e fa d’uopo riempirlo nella stagione in cui le acque sono impure , in maniera che nelle ricorrenze epidemiche la popolazione di Onna soffre più delle altre del contado per la mancanza delle acque pure. Non senza far marcare la irriverenza cui va soggetta la chiesa parrocchiale a cui sta attaccato il detto pozzo e le possibili filtrazioni che dai sepolcri possono arrivare nel pozzo stesso”. E’ noto infatti che sotto tutte le chiese dell’epoca c’erano dei veri e propri cimiteri (e questo fino ad almeno la metà del 1800).

L’acqua potabile arriverà a Onna nel 1902 e sarà distribuita attraverso fontane pubbliche: Ne furono realizzate tre dopo una lunga diatriba fra la famiglia Ludovici e il Conte Giuseppe Zuppelli il quale ne pretese una nella zona centrale, al Pinnerone, proprio dietro il suo orto. Le altre furono costruite alla piazza e all’ingresso del paese.

Nel corso del 1900 le riparazioni del ponte sul fiume Aterno ci furono a scadenze di 15-20 anni. Negli anni venti fu sistemata la strada fra Onna-Monticchio e Bagno con l’intervento dell’allora podestà Aldechi Serena. Il resto è storia recente. Oggi fra Onna e Monticchio c’è una comoda strada asfaltata e i ponti rotti, le strade fangose, le malattie per l’acqua infetta sono per fortuna solo un ricordo.

 

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna